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13 marzo, evento scuola: “La guerra è il mio nemico”

Ci siamo! Dopo quasi un anno di preparazione e 7 mesi di lavoro da parte delle studentesse e degli studenti di 13 istituti della provincia di Pistoia, l’evento finale del percorso “La guerra è il mio nemico. 21° secolo: cultura di guerra o cultura di pace?”, una proposta di ricerca critica rivolta agli alunni delle scuole superiori. Un percorso nato e sviluppato all’interno di Pistoia Capitale italiana della cultura 2017 e che, sin dal 2016, ha visto il patrocinio e la collaborazione del Comune di Pistoia.

Martedì 13 marzo, alla presenza della presidente di Emergency, Rossella Miccio, presso l’aula magna del Liceo Scientifico Duca d’Aosta di Pistoia, oltre 200 partecipanti, accompagnati dai loro docenti, presenteranno scritti, video, letture e ogni forma creativa concepita in questo lungo periodo, per mettere in scena la propria idea di cultura di pace. Singoli studenti o intere classi, si alterneranno sul palco per condividere quanto prodotto attorno al tema proposto.

Il gruppo pistoiese di Emergency ringrazia, sin da subito, il preside Paolo Biagioli e tutto il personale del Liceo Scientifico per la grande disponibilità dimostrata. Assieme a loro, ogni singolo docente ed alunno che ha preso parte, sacrificando parte del proprio tempo, a tale ambizioso progetto. Per noi volontari, questa sensibilità verso i temi cari all’associazione è pilastro fondamentale per portare avanti, con convinzione, quella promozione di una cultura di pace che ci spinge ad andare avanti per costruire una società solidale e dagli occhi aperti.

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Samiullah, un nostro collega. Ucciso dalla guerra.

Samiullah, un nostro collega infermiere nell’ospedale di Lashkar-gah, è stato ucciso ieri in uno scontro a fuoco. Si è ritrovato coinvolto in una sparatoria mentre andava a un matrimonio.
Non era un soldato, non era un combattente: era un uomo di poco più di 30 anni che stava andando a festeggiare le nozze di amici. La guerra è esattamente questo: morte di civili innocenti, prima di tutto.

Samiullah nel giardino del Centro chirurgico di EMERGENCY a Lashkar-gah in Afghanistan

Samiullah lavorava con EMERGENCY da 9 anni, con l’orgoglio di aiutare ogni giorno, concretamente, il suo popolo. Siamo vicini alla sua famiglia e a tutti i nostri colleghi che continuano a lavorare all’ospedale di Lashkar-gah e ricordiamo Samiullah con le parole di Roberto, un infermiere che gli ha voluto bene:

“L’ho conosciuto nel 2011, quando ero in prima missione a Lashkar-gah e lui era infermiere di Pronto soccorso. Era un ragazzino all’epoca, poco più adesso. Quasi tutti noi espatriati lo chiamiamo ‘Sami’.
Iperattivo, ridanciano, quando sarebbe bene tacere lui diceva sempre una parola in più, spesso di troppo. Quando non sarebbe prudente far domande lui ne aveva sempre da fare.
Uno di quelli che non stava seduto un momento, girava sempre, che ogni tanto andava ridimensionato. Che però quando non c’era in turno ti chiedevi come mai non ci fosse. Gestiva, anticipava, chiedeva, aveva fame di imparare. Ci vorrebbe una mezz’ora di Samiullah al giorno.

Nel corso delle mie missioni a Lashkar-gah ho fatto con lui decine di corsi, lezioni, esercitazioni, esami, sull’emergenza, sul trauma, sulla rianimazione. Sempre lì, Sami, a imparare e ribattere, a fidarsi e allo stesso tempo metterti alla prova (la pazienza soprattutto). Non ti faceva finire le frasi perché diceva di saperne già un po’. Alle esercitazioni era lui che voleva spiegare ai suoi colleghi perchè ‘ha già capito’.
Negli anni s’è sposato (chi? Samiullah? Ma pensa…) e ha fatto due figli. Gli è caduto un dente di sotto che non ha mai rimesso, s’è ingrassato un po’ (ahi, il matrimonio), si è comprato un motorino e un orologio giallo brillante che lui giurava esser d’oro (ma va là, Samiullah…).

Quante volte l’abbiamo chiamato in ufficio, col piglio di chi convoca qualcuno che l’ha fatta grossa, ‘adesso gli diamo un avvertimento, bisogna che capisca’. Poi, quando usciva, io e la medical coordinator scoppiavamo a ridere. Come facevi ad arrabbiarti con Samiullah?
L’ultima volta prima di ripartire mi ha regalato un vestito tipico di Lashkar-gah, rosa confetto. Casacca e pantaloni afgani. Rosa confetto? Vabbe’, grazie Sami. Alla prossima, e fai il bravo.

La telefonata di oggi, quella vissuta nei miei peggiori incubi, quella che finora hai solo immaginato potesse arrivare ma che hai sempre sperato non arrivasse mai, stamattina prima di pranzo. Nella mia bella casa nella campagna marchigiana, dopo una notte passata nel mio bell’ospedale italiano. Era Simon, il logista di Lashkar-gah.
‘Robi, sono Simon. So quanto tieni ai ragazzi e non volevo lo sapessi per altri canali. Samiullah oggi era di riposo, andava a un matrimonio, s’è trovato nel mezzo di un conflitto a fuoco nei pressi di Shoraki, alle porte di Lashkar-gah. L’hanno ammazzato’.
Sudore freddo, tenaglia alla gola. Samiullah.

Samiullah era un ragazzo, aveva una voce, un odore, un carattere, una famiglia, un motorino.
Samiullah io l’ho conosciuto. Era uno di quelli che mandava avanti un ospedale. Lui, come altri, erano e sono lì, notte e giorno. E non hanno una missione che finisce con un biglietto di ritorno in patria. Lui, in quel posto sbagliato, c’era nato e ci viveva.
E oggi ci è morto, dopo averne visti morire migliaia tentando di curarli.

Vi prego. Quelli che ‘rimpatriamoli tutti’, ‘l’Afghanistan non è più un Paese in guerra’, ‘la missione militare va rifinanziata’…
Vi prego. Diamoci un minuto per pensare.
Ciao Sami. Anzi Samiullah.
Stasera abbraccio quel vestito rosa confetto, spero che l’abbraccio arrivi anche a te, amico mio”.

#laguerraè

Qui Catania!

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